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Aleksandr Sokurov
Aleksandr Sokurov

Il debutto “visivo” di Sokurov al Teatro Olimpico

Go.Go.Go, spettacolo del regista cinematografico Aleksandr Sokurov, andato in scena in anteprima mondiale ieri sera, mercoledì 28 settembre al Teatro Olimpico e, in replica, stasera, venerdì e sabato, alle 20.30, domenica alle 18, ha un impianto totalmente visivo. Ci sono citazioni cinematografiche, c’è il sosia di Federico Fellini, c’è Olivia Magnani, nipote della grande Anna, ci sono proiezioni in ogni dove, sulla scenafronte, sull’apertura centrale della stessa, sul proscenio, allungato per ospitare una “pozzanghera” su cui si riflettono le immagini di un film, le visioni del poeta Iosif Brodskij, interpretato da Elia Schilton, e da cui si abbeverano i due protagonisti: Max Malatesta (Tullio) e Michelangelo Dalisi (Publio).

C’è un linguaggio cinematografico più che teatrale in questo spettacolo liberamente ispirato a “Marmi” e ad altri testi di Brodskij. Più di cinquanta persone si muovono sul palco, trasformato in una piazza che può essere Vicenza, Roma o una qualsiasi piazza classica europea, ricoperta di sanpietrini. E in questa piazza si beve, si guarda un film, si salta, ci si zittisce, si canta “Maramao perché sei morto?” del Trio Lescano. Il caos ordinato degli spostamenti degli attori presenti è un’ulteriore caratterizzazione di quest’opera che, a livello di contenuto, lascia una certa perplessità.

I discorsi filosofici, pieni di retorica, dei due protagonisti uomini-ratti dalla doppia faccia spesso si confondono con i rumori del luogo, lasciando solo percepire parole come mangiare, tema che torna e che si rifà all’ingordigia dell’uomo moderno, idealismo, Dostoevskij. Si parla tedesco, italiano, dialetto romanesco, dialetto veneto e inglese americano, in un possibile riferimento all’America come potenza economicamente, socialmente e materialmente sovrastante. È uno spettacolo che termina quasi senza essere iniziato, che lascia confusi, come spiegano i timidi applausi finali, e che non soddisfa la ricerca di senso nei dialoghi tra i due protagonisti, la cui diversità tanto decantata non viene, di fatto, mostrata. Rimangono, in questo spettacolo, la visionarietà e l’impianto onirico tipici del regista russo.

Margherita Grotto

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