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Vicenza, successo all’Astra per la “Ballata per Venezia”

Una rete avvinghia il palco, lasciando intravedere un violoncello sospeso al soffitto tramite una corda: è la “Ballata per Venezia” – andata in scena ieri sera, al teatro Astra di Vicenza – che prende corpo, attraverso la voce e i suoni di Juliette Fabre, e che da pesce si tramuta lentamente in sirena, in canto maliardo. Sono tre le storie che attraversano il tempo e lo spazio, modalità narrative declinate in espressioni francesi buttate lì, quasi a caso, e intervallate da monologhi italiani concitati e preludi musicali. Sembra di vivere in Morte a Venezia, il famoso romanzo di Thomas Mann, ma all’acceleratore, non c’è tempo per soffermarsi a riflettere: l’attrice, da sola in scena, vigila sul pubblico tranquillo e urla come una profetessa, una novella Cassandra.

Come dice Calvino a volte le fiabe sono vere e hanno un fondo di realtà: la storia del mammalucco, ragazzino stolto convinto di aver ingerito del veleno e di dover morire, alle prese con una pentola di zecchini d’oro e una pioggia di chicchi d’uva sultanina, si alterna alla vicenda della città sommersa, dell’abitato che viene “interrato” nel mare per conservare nel tempo la sua bellezza e all’atto d’amore del cavaliere e della sua rosa macchiata di sangue. Il Leone di San Marco non c’è ma la Luna osserva dall’alto del palco: la Fabre, diretta da Giulio Boato, porta in scena la prima produzione teatrale del gruppo DoyouDada, la quale si apre su un lento gocciolio d’acqua, rumore che sembra vero dato che fuori piove.

La prima serata del festival “Sguardi”, festa/vetrina del teatro e della danza contemporanei del Veneto, in corso dal 10 al 13 settembre in varie sedi di Vicenza, ha raccolto un buon successo di pubblico: eppure, sconvolto era all’uscita, per l’impatto della mimica e della narrazione concitata, drammatica, quasi impossibile da contenere. L’attrice scendeva dal palco, gridava ai presenti l’affanno del vivere sotto una luce puntata negli occhi e se ne tornava su, nella penombra, con il suo violoncello. Si potrebbe definirlo teatro contemporaneo, d’avanguardia: “sotto il peso del tempo/ sopra l’acqua e le alghe/ tra le pieghe dei palazzi e gli ori della chiesa” si consumano vari drammi, nessuno uguale a se stesso.

La ragazza, parlando ininterrottamente per 50 minuti, si spoglia e lava la sua camicia, prendendo in pieno poi con gli schizzi il pubblico della prima fila. Ebbene, volevate Venezia? Eccovi accontentati, sembra che dica con la sua corporeità, con la musica del suo violoncello: è un vissuto che si fa significato e parola. Per consultare il programma si consiglia la visione del sito www.sguarditeatro.it, la qualità degli spettacoli è notevole e il prezzo, un euro l’uno, tranne che per un paio di eccezioni, è alla portata di tutti, soprattutto dei più giovani. Questo è l’ideale per poter cogliere rime e rumori di un presente che scorre.

Camilla Bottin

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